Olio Extravergine di oliva - Finalmente trasparenza

Finalmente trasparenza
Dal 16 gennaio 2008 potremo trovare sugli scaffali dei negozi e dei supermercati una grande offerta di oli extravergini di oliva dall’origine italiana garantita. Cioè, avremo la certezza che si tratta di oli veramente italiani e li potremo persino riconoscere facilmente! Basta che sull’etichetta ci sia una di queste scritte: “100% italiano”, “prodotto in Italia”, “made in Italy”, ”produce of Italy”, “product of Italy”. «E allora? Che c’è di nuovo?», può chiedersi il signor G. «Lo scaffale del supermercato dove vado io è pieno di oli italiani: si chiamano Bertolli, Carapelli, Sasso... tutti nomi italiani, anzi toscani, liguri, umbri...». Invece, un altro signor G. che legge le pagine economiche del suo quotidiano sa che molti nomi famosi, di famiglie che hanno fatto la storia dell’olio italiano, oggi sono solo freddi marchi che passano da una multinazionale all’altra. Negli ultimi tempi, alcuni sono addirittura fi niti in mani spagnole. E, soprattutto, non fanno olio ma lo comprano non si sa dove, lo miscelano e lo etichettano. Però, guarda caso, attraverso i loro spot pubblicitari e certi trucchetti sull’etichetta ci hanno sempre tenuto a far notare che i nomi dei marchi sono toscani, liguri, umbri...
Già, perché l’olio extravergine d’oliva italiano è più buono, il migliore dal punto di vista salutistico e anche più “in”. L’unico neo è che costa parecchio, perché l’Italia è generosa in qualità ma avara in quantità. La nostra natura è come una vecchia saggia con la pelle rugosa. I suoi uliveti solo a volte sono giovani, adagiati su
morbide pendenze o distesi in piano come grandi mari verdi. Molto più spesso sono uliveti antichi ancor più che vecchi, abbarbicati su colli e calanchi, su monti e terrazzi: le loro olive le fanno pagar care in fatica
e tempo. Così, finché la legge l’ha consentito, lo sforzo dei guru del marketing era inventarsi sempre nuovi trucchi per far credere che l’olio nella loro bottiglia fosse italiano. Senza dichiararlo, intendiamoci, perché
la legge non consentiva di raccontar fandonie anche prima del nuovo decreto. Ma la legge non offriva neppure strumenti semplici per aiutare il consumatore a sapere con esattezza cosa comprava.
MENO BUROCRAZIA, MENO COSTI...
Ecco perché questo nuovo decreto è di straordinaria importanza. Attualmente, buona parte dei consumatori spesso mette nel carrello delle vere e proprie “patacche” nella convinzione di aver scelto un prodotto del “Bel Paese”. Per assurdo, la tracciabilità, cioè l’obbligo di indicare sempre la provenienza dei prodotti alimentari, finora era facoltativa proprio per l’olio da olive. Mentre quando compriamo anche una semplice patata sappiamo esattamente dove è stata coltivata. L’origine di un prodotto è considerata dall’Unione Europea
un “prerequisito”, cioè un’informazione fondamentale per la sicurezza alimentare prima ancora che per la qualità del prodotto. In passato, invece, i governi italiani, sia di destra sia di sinistra, si sono guardati bene dall’impegnarsi in seri interventi per rimediare a norme comunitarie introdotte per omologare i prodotti al livello qualitativo più basso e, probabilmente, per agevolare le aziende multinazionali. Anzi, erano in prima linea al loro fianco. Così potevamo essere certi dell’origine degli extravergini solo acquistando l’olio delle aziende che, per scrivere sull’etichetta “prodotto in Italia”, si assoggettavano volontariamente, e non per obbligo di legge, a una serie di controlli e di adempimenti burocratici molto costosi. Oppure dovevamo scegliere oli Dop, a Denominazione di Origine Protetta. Così, in entrambi i casi, eravamo costretti a comprare extravergini molto cari e, oltretutto, non facili da trovare perché prodotti in quantità insufficienti per la grande distribuzione.
Ma i 6mila proprietari italiani di frantoi e gli olivicoltori (più di 1 milione!) erano in fermento. Il ministro delle Politiche Agricole e Alimentari se ne è reso conto e si è schierato finalmente dalla parte giusta: quella della gente, ovvero dei consumatori e dei “veri” produttori.
SARANNO DI MENO GLI OLI TAROCCATI
Non va trascurato un altro vantaggio: il decreto prevede controlli per verificare se quanto scritto sull’etichetta riguardo alla provenienza dell’olio nella bottiglia o nella lattina corrisponda o meno alla verità. Questi controlli, nello stesso tempo, verificano se le olive sono davvero olive e se il processo di produzione è quello
solo meccanico previsto per gli oli vergini e non comprende anche qualche trucchetto per trasformare in
pregiati extravergini oli “lampanti”, ossia non commestibili per l’elevata acidità o il cattivo sapore.
Perché “italiano” è così importante?
Già nelle motivazioni iniziali il decreto legge che ci garantirà trasparenza sulla provenienza di un olio
mette a fuoco i problemi del settore. Recita infatti: “Al fine di scongiurare i ricorrenti fenomeni di
contraffazione nonché le frodi nell’ambito delle attività di commercializzazione dell’olio di oliva vergine (un
prodotto di minor pregio con qualità chimiche e di sapore insufficienti per classificarlo come extravergine, n.d.r.) ed extravergine; considerato che detti oli possono presentare qualità e sapori notevolmente diversi tra loro a seconda dell’origine geografica; ritenuto di consentire ai consumatori di effettuare scelte di acquisto consapevoli; atteso che la rintracciabilità di detti prodotti soddisfa anche le esigenze di sicurezza alimentare...”.
Fatte queste premesse il decreto impone, dal 16 gennaio 2008, l’obbligo di indicare sull’etichetta lo Stato membro della UE o il Paese terzo nel quale sono state raccolte le olive e dove è situato il frantoio in cui sono estratti gli oli vergini ed extravergini di oliva. In caso di miscele di oli di diversa provenienza, impone di indicare l’elenco di tutti gli Stati coinvolti in ordine decrescente per quantità. Il decreto fa distinzione tra Paese di provenienza delle olive e frantoio in cui viene estratto l’olio: in realtà tutte le olive vengono lavorate nel Paese di crescita sia perché costerebbe molto di più trasportarle e “spremerle” lontano da dove sono state raccolte, sia perché il viaggio le rovinerebbe e l’olio ricavato non sarebbe più extravergine.
di Flavio Caramella – Fonte Sapori d’Italia n°81 anno XIII – Gennaio Febbraio 2008